L’idea di noi

Siamo costante mutevolezza esposta alla circostanza spaziotemporale che provvisoriamente ci accoglie. È quindi umanamente comprensibile il desiderio di fronteggiare il caos che a fatica custodiamo affezionandoci a una sola idea di noi. È un’illusione di stabilità consolatoria che spesso corteggiamo fino al grottesco. A volte è come portare a spasso un cadavere. Quando si esibisce, questa presenza ostentata è terribilmente apatica, anche nei casi più esuberanti di idea di noi, proprio perché nella sua monolitica prevedibilità si limita a ripetersi.

L’essere umano è laboratorio, dietro le quinte e palcoscenico. Come dire: confronto col caos, manipolazione del caos e cristallizzazione del caos. Il potenziale creativo d’ogni essere umano è il suo modo peculiare di sfidare il maremoto che lo avvince e plasmarlo fino a farne statua di sale. L’essenza è questo divenire inesausto, laboratorio e dietro le quinte; l’apparenza, invece, è l’idea di noi che si esibisce sul palcoscenico: il manufatto statico, l’illusione di stabilità consolatoria, la convinzione d’essere sempre presenti a noi stessi.

Tuttavia ogni statua di sale, per quanto solida, al contatto inevitabile col flusso caotico che ci domina, è destinata a sciogliersi di nuovo. L’ostinata identificazione con una idea di noi può essere rassicurante ma è come voler mantenere in vita una carne putrefatta. Le repliche dell’idea di noi, soprattutto se ben riuscite, sono conferme al potere che esercitiamo sugli altri ma annichiliscono la crescita evolutiva del nostro potenziale.

Forse siamo veramente noi quando siamo fuori di noi, nella pazzia sempre nuova di crederci capaci di duellare con l’impeto dell’onda e di modellarla al nostro provvisorio piacimento.

In quell’atto di sfrontata e reiterata esuberanza c’è l’uomo vivo.

La conquista della vitalità è definitiva rinuncia alla ricerca della stabilità e, probabilmente, alla gratificazione appagante del riconoscimento.

Il prezzo da pagare è salato. E non poteva essere altrimenti.

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Elogio del vasto

Esperienza della vastità. Vastità dell’esperienza. Sentirsi piccolo di fronte alla grandezza implica il sentirsi grande di fronte alla piccolezza. A volte capita, la seduzione d’essere qualcosa, l’ingombrante che vorrebbe fermarsi, dire la sua, dare opinione per avere un’alta opinione di sé. Poi lo sconcerto del vasto ridimensiona questa ridicola vanità. Fermarsi è percezione del sé. Ascoltatemi, guardatemi, ammiratemi. Chiusura in se stessi. Autoerotismo. Andare avanti è percezione del vasto. Ascolta, guarda, ammira. Apertura alla meraviglia. Estasi.

d.f.

L’arredamento

Nasci in un appartamento arredato.
Ti senti a tuo agio, protetto, a casa.
L’idea di te è il riflesso di quell’arredamento.
Un giorno ti tolgono ogni cosa.
Portano via i mobili, tutta la chincaglieria accumulata nel tempo, la tua vanità eternata nell’oggetto immobile.
Ti senti esposto, abbandonato, nudo. Senza più armatura.
Soffri di un dolore nuovo, potente e feroce: l’idea di te se n’è andata.
Non c’è più riflesso, non sei più io.
E allora pensi che non essendo più io sei il suo contrario.
Sei niente. Non vali niente.
Poi respiri e lentamente ti guardi intorno.
Vedi quello che l’arredamento ti nascondeva.
La struttura portante, ciò che è immutabile.
Il tuo appartamento è anonimo e indistinto.
Eppure non crolla.
Non era l’arredamento a tenerlo in piedi.
Non ero io.
Piangi ma respiri ancora.
Non sei più solo io ma capisci che il contrario di io non è niente.
È Tutto.

d.f.

Cedere sei e cedere ritornerai

Cedere è dare ma anche lasciarsi andare.
Che relazione c’è tra il dare e il lasciarsi andare?
Si dà tutto perché ci si lascia andare (estrema generosità d’una vittima) o ci si lascia andare perché si è dato tutto (vittima d’una estrema generosità)?
O non sarà forse vero che lasciarsi andare è darsi del tutto?
Lasciarsi andare ossia permettere al proprio essere di andarsene.
Cedo alla tentazione.
Alla tentazione del cedere.

d.f.